Paolo (2004)

 

2 Agosto: Milano - Londra

Dopo mesi di preparativi e giorni indaffarati in quella preparazione materiale, ma soprattutto spirituale al viaggio e all'Africa eccoci pronti. Se la meta del nostro viaggio è la Tanzania, la prima tappa in qualche modo ci aiuta ad entrare nell'ottica dell'incontro. L'aereo infatti, dopo un breve volo sbarca a Londra alle 9.00 in uno degli aeroporti più grossi del mondo, quello di Heatrow, dove incontriamo un primo aspetto del viaggio: il caos. L'Underground della metropoli inglese ci conduce attraverso un intricato dedalo di gallerie e connessioni, scambi tra linee diverse, e ci porta in poco tempo a Piccadilly Cyrcus, dove ha inizio la nostra esplorazione mordi e fuggi della città.

Usciti dalla galleria veniamo assaliti dal rumore delle auto che affollano il delicato snodo della viabilità londinese, quindi dal frastuono di passanti e turisti, dai cab neri e dai simpatici autobus a due piani, simbolo della città, insieme alle cabine rosse.

Guarda a sinistra! Mentre ci voltiamo, quasi come un affluente in un letto già gonfio, veniamo praticamente attirati dalla corrente di persone che si muovono con calma e relativo ordine verso Trafalgar Square, con la statua di Nelson e la National Gallery, e successivamente, lungo la via che passa davanti a Downing Street, arriviamo in vista della Houses of Parliament e dell'abbazia di West Minster. Il luogo è uno di quelli che appaiono noti alla memoria anche di chi si rechi per la prima volta in Gran Bretagna, come di tutte quelle cose che si conoscono così bene perché parte della memoria collettiva. Più sorprendente, e ad un primo acchito quanto meno straniante la ruota panoramica, che cambia faccia alla nota immagine del Tamigi, nel suo percorso per la città.

A questo punto, ci dirigiamo verso St. James Park, per dare uno sguardo a Buckingam Palace e ai parchi che lo contornano.

Dopo questa full immersion turistica ci ricordiamo, anche aiutati dai morsi della fame che minacciano di metterci ko, del desiderio di incontro che spinge il nostro viaggio e propendiamo per la scelta di un luogo tipico londinese per trascorre il lunch time: il pub.

La scelta cade su un piccolo locale posto ad angolo tra due stradine al centro del triangolo tra WestMinster, Victoria Station e Buckingam Palace, che si rivela essere molto caratteristico, con spillatici di birra dei primi del secolo e tanto di carrucola a mano per il trasporto del cibo: chiaramente Fish and Chips!

Dopo questo pranzo ad orario merenda torniamo in marcia, anche se (forse per la pesantezza del post pranzo e la calura) ci accorgiamo di non riuscire a mantenere i ritmi della mattinata. Quindi ci rimane solo il tempo di una breve visita, quasi una corsa, tra la Torre di Londra e il Tower Bridge, per poi tornare all'aeroporto in tempo utile per la coincidenza Londra - Dar Es Salaam. Qui siamo colti dal dubbio che le guardie addette alla sicurezza stiano inscenando delle candid camera alle nostre spalle per via dei controlli rigorosi e a volte buffi al limite della farsa. Troppo stanchi per opporci accettiamo supini la nostra sorte e aspettiamo solo di imbarcarci sull'aereo per poter finalmente riposare. E se questa doveva essere solo una tappa di tutto riposo.

 

3 Agosto: Dar Es Salaam

Il viaggio aereo notturno si rivela riposante tanto quanto la sfacchinata che lo aveva preceduto. Il risveglio viene salutato da un sole incoraggiante e da uno sguardo privilegiato sulla vetta innevata del Kilimangiaro. Atterrati nella cittadina tanzaniana mettiamo piede in Africa, ed il luogo sembra da subito volerci lasciare un segno.

Oltre il controllo passaporti incontriamo Padre Melodious Mlowe, che ci accompagnerà per buona parte del nostro viaggio, e gli amici di Torino, anche loro in Tanzania per un Viaggio di Conoscenza e di Volontariato.

Dalla Tanzania (2004)

Ancora più significativo è il pullman variopinto in ogni suo lato che ci trasporterà per le missioni e i luoghi che intendiamo raggiungere nell'entroterra.

Credo che il primo viaggio in autobus e gli sguardi veloci dai finestrini del mezzo in corsa siano quelli che poi ti rimangono più impressi. Immagini di ragazzi, uomini donne a piedi, in bici, sdraiati o di corsa. Immagini comuni per questo luogo ed in fondo uguali ad altre immagini già viste nei documentari, ma nello stesso tempo diverse, perché di sottofondo si riesce a leggere una specificità che è unica, non rimpiazzabile da nessun simulacro. Questa è la prima differenza sensibile da un giro in una città turistica.

A far riflettere sono le piccole cose, le piccole comodità che iniziano subito a stridere come a voler formare un divario netto tra noi e loro dall'altra parte del vetro che speriamo di infrangere o almeno in parte colmare mettendoci in rapporto. La sistemazione in città è al Kurasini Centre, centro della chiesa cattolica tanzaniana aperto ai viaggiatori. Dopo aver sbrigato le formalità per la conferma dei biglietti, occasione per l'acquisto di un ottimo cocco fresco da bere e mangiare, e per ammirare il caos a suo modo ordinato di pulmini e fuoristrada per le vie del centro, ci dirigiamo verso la zona residenziale della città, dove mangiamo in un ristorante in riva al mare con tanto di eloquente warning: watch out cocoanut falling.

Il pranzo ed il resto del pomeriggio ci danno un primo assaggio della pazienza e della tranquillità con le quali ogni evento viene affrontato in questo posto, nel quale la pressione per il ritardo lascia lo spazio alla piacevolezza dell'imprevisto e alle opportunità da cogliere al volo.

Ed ora dopo cena, a letto questa volta per un vero riposo, in vista della sveglia prima dell'alba.

 

4 Agosto: Dar Es Salaam - Morogoro - Mikumi - Iringa

Il risveglio è improvviso ed arriva con una telefonata alle 5.30. Occorre alzarsi presto perché ci aspetta una lunga giornata di viaggio, che ci porterà dalla costa della Tanzania per circa 600 km. nell'entroterra.

Affrontiamo il traffico cittadino del mattino. Sin dalle 6.30 le strade sono piene di uomini donne e bambini in uniforme che si dirigono al lavoro e a scuola, spesso a molti chilometri di distanza dall'abitazione. Anche le corsie sono intasate dai pulmini da 15 - 20 posti che permettono di spostarsi nei luoghi più lontani, mentre sono pochissime le automobili private.

La strada che prendiamo al principio è quella della dorsale principale che collega Dar con Dodoma, la capitale amministrativa del paese, e che è percorsa da tutti gli autobus turistici che portano stranieri e tanzaniani verso il Kilimangiaro e i parchi naturali.

Arriviamo a Morogoro per colazione, e alla discesa dall'autobus siamo circondati da un numeroso gruppo di ragazzi e bambini che cercano di venderci ogni genere di prodotto, dagli anacardi alle lance in ferro ed ebano.

Dopo una breve sosta ripartiamo e iniziamo a spingerci verso zone dove la natura è rimasta incontaminata. Entriamo nel parco di Mikuni, il terzo per grandezza a livello nazionale, ed iniziamo a procedere più lentamente per non perderci gli animali che lo abitano. Iniziamo un vero e proprio safari che ci porta a vedere gnu, zebre, giraffe, antilopi, impala ed elefanti.

Rimaniamo stupiti scoprendo che Safari, che per noi rappresenta esotiche uscite di caccia, significa semplicemente viaggio in Swahili. Arrivati ad una pozza scendiamo dall'autobus per osservare più da vicino un coccodrillo che si riposa sulla riva e quindi aspettiamo di scoprire qualche ippopotamo. L'attesa si dimostra dopo un po' vana, dato che l'animale esce dall'acqua solo per spruzzare dalle narici l'acqua e respirare, una volta ogni 15 minuti. Risaliti sull'autobus, andando verso l'uscita del parco, vediamo al margine della strada una scena che sembra riproporre un documentario naturalistico visto sul pulman il giorno del nostro arrivo: una zebra giace riversa mentre una leonessa banchetta soddisfatta intorno ai suoi resti.

Dalla Tanzania (2004)

Scherzando con Melodious ci lamentiamo dicendo: perché mai il Creatore non ci ha donato una natura altrettanto bella? E lui risponde: una volta anche voi avevate questo tesoro. Usciti dal parco ci dirigiamo verso un posto di ristoro, e rimaniamo stupiti dalla cura e dalla raffinatezza del ristorante che si trova immerso nella vegetazione del parco e sembra destinato solo a turisti stranieri o persone molto ricche. Ripartiamo quindi, suonando e cantando, per la meta finale della nostra giornata, Iringa, che raggiungiamo passando attraverso la suggestiva valle dei baobab, che appaiono spogli per via della stagione secca. Poco prima dell'arrivo, sostiamo brevemente di fronte a poche case sul ciglio della strada. Gli abitanti escono incuriositi dalla nostra presenza e ragazzi e bambini si avvicinano a noi.

 

5 Agosto: Iringa - Mafinga - Njombe

Sveglia in un mattino freddo ma soleggiato. Inizio a sentire qualche primo effetto dal viaggio. Dopo qualche giorno la strada riesce a far apparire ogni giorno così pieno di avvenimenti da dilatare l'impressione del tempo che passa, mano a mano che si moltiplicano le persone incontrate, i paesaggi stupendi scoperti dietro una curva dai finestrini del pulman che sfreccia, le canzoni e le danze prima ascoltate e poi imparate, le parole conosciute in questa lingua dolce.

Un'altra consapevolezza che iniziamo a sentire è quella della complessità degli interventi che un Paese come la Tanzania necessita, ognuno complementare e non sostitutivo di un altro. Fortunatamente sono tante le persone e le associazioni impegnate in prima fila in campi diversi. Al mattino visitiamo ad Iringa quella che potrebbe diventare la terza Università del Paese, dando la possibilità a molti più ragazzi di accedere agli studi specialistici post diploma. Lo Stato, che non poteva sostenere le spese di gestione dell'edificio e della struttura scolastica, ha dato in gestione gli spazi dimessi di un centro di formazione di una grande banca da poco privatizzata, alla Chiesa Cattolica Tanzaniana, che si è impegnata nella complessa opera di fornire un'educazione aperta a tutti, senza distinzioni.

Qui conosciamo Padre Cefas, che sarà il Rettore di questo centro universitario, e questi ci spiega tutte le cose che sono necessarie per aprire i primi due Corsi di Laurea, nel novembre 2005: in primo luogo libri e infrastrutture tecnologiche, in secondo luogo professori e formatori qualificati disposti ad insegnare in un centro relativamente isolato e povero del Paese.

Lasciata l'università, passiamo a trovare suor Michela, missionaria della Consolata originaria di Piobesi (To), che da 25 anni vive e lavora tutti i giorni per la comunità di Iringa. E' molto emozionante vedere il volto di questa anziana donna tutto segnato da mille rughe e preoccupazioni aprirsi così spesso in profondi sorrisi, sorrisi di occhi e di cuore, nonostante la drammaticità dell'esperienza che ci racconta. Il distretto di Iringa è infatti una delle zone dove più colpisce la piaga dell'Hiv, e al suo dispensario si presentano ogni giorno almeno 5 persone che risultano positive al test. Non avendo a disposizione i medicinali necessari per il trattamento antiretrovirale, lei e le sue consorelle sono costrette a curare solo i sintomi di questa malattia senza poter fare nulla per arrestarne il processo.

Dentro di noi si agitano emozioni forti, all'idea di bambini orfani e malati di una malattia incurabile per la mancanza di medicinali che potrebbero garantire almeno a loro, la salute, e di malati che non possono affrontare una cura che costa meno di un euro al giorno. Perché, qualcuno si chiede, curarsi dell'educazione, quando non si riesce a garantire nemmeno la sopravvivenza?

La risposta mi viene poi dal pensare a una delle cause principali elencate da Suor Michela, per spiegare la diffusione della malattia: l'ignoranza. E allora forse, nonostante tutto, ogni intervento è complementare e necessario e uno non può essere sufficiente senza l'altro.

In questa giornata, che mi appare ancor più densa man mano che scrivo, incontriamo altre persone significative, fermandoci a mangiare presso la casa delle Suore Camaldolesi che gestiscono la scuola e il seminario di Mafinga, luogo significativo per Padre Melodious che vi ha passato sei anni durante la sua formazione.

Ripartiamo nel pomeriggio e ci dirigiamo verso Njombe, dove passeremo qualche giorno e incontreremo alcuni dei bambini che sosteniamo con le borse di studio. Appena arrivati in città visitiamo la St. Benedict School, dove i bambini ci accolgono all'arrivo con danze e canti che si protraggono per quasi un'ora. La gioia di questi bambini sembra incontenibile e basta qualunque cosa per farli sorridere e scherzare. Sembra strano pensare come a volte la felicità dipenda da fattori inesplicabili, che non dipendono il più dalle volte da quello che nella vita di tutti i giorni ci sembra importante. Ogni flash della macchina fotografica diventa motivo per un salto e un grido e veniamo praticamente circondati ciascuno da 10 - 15 bambini che scambiano con noi qualche parola, un indirizzo, o anche solo un sorriso e una carezza.

Solo a sera ormai inoltrata, per questo strano agosto con il sole che tramonta prima delle sette, arriviamo alla meta dove passeremo la notte. In un primo momento il luogo sembra buio e deserto. Tutto ad un tratto però dei bambini si mettono a cantare e ci corrono incontro, intonando la canzone Karibuni (= benvenuti) in Swahili. Parte quindi il generatore solo per il nostro arrivo e si accendono le luci. Ceniamo con i bambini e iniziamo a cantare e danzare con loro fino a quando, ormai stanchi, iniziamo a sentirci, secondo le stesse parole di Melodious, anche noi tanzaniani.

Penso che questo sia tutto, anche per una giornata densa come questa, oltre al fatto che sicuramente andrò a letto con la consapevolezza di qualcosa di bello e di nuovo che in qualche modo si sta facendo strada tra di noi.

 

6 Agosto: Njombe - Kilocha - Njombe

Questa mattina è un momento importante del viaggio: attendiamo infatti l'arrivo del Vescovo di Njombe Mons. Alfred Maluma, che ci raggiunge nel centro Nazareth dove siamo sistemati per oggi. Dopo le presentazioni e i ripetuti ringraziamenti e benvenuti, il vescovo ci parla di alcuni dei progetti in corso nella diocesi, soprattutto riguardo alla cura dei bambini orfani e di strada. Dal suo discorso si riesce a capire l'importanza strategica che la diocesi riveste nell'educazione come strumento fondamentale per favorire lo sviluppo della regione partendo dalle nuove generazioni. Ci invita anche a sentirci come a casa e, in quanto amici, sentirci liberi di muovere critiche o consigli, perché secondo le sue parole "l'importante è che un progetto parta con una buona idea, ma se questa non è così buona, meglio modificarla e poi proseguire".

Dopo questo incontro, accompagnati dal Segretario del Vescovo e responsabile delle finanze Padre Wella ci dirigiamo verso il seminario di Kilocha, che ospita una scuola secondaria maschile. Per arrivare fino a lì abbandoniamo la strada asfaltata e attraversiamo delle zone per lo più inabitate e ricche di coltivazioni, colline che sembrano ricordare quasi una regione della nostra Toscana, solo con alberi diversi e una terra rossa argillosa.

Intorno a noi si estendono delle grosse piantagioni di the, alcune delle quali sono di proprietà della diocesi e servono per l'auto sostentamento della scuola. Ogni studente infatti deve pagare all'istituto una retta di 80.000 scellini, circa 75 euro al mese, che serve a coprire le spese per lo studio, il vitto e l'alloggio. In realtà, come ci spiega il rettore del centro Padre Justin Sapula, le spese sono molto più alte e quindi il seminario sta intraprendendo diverse iniziative per raggiungere la cifra richiesta: la coltivazione del the e altri alimenti, l'allevamento di maiali e altri animali, la riforestazione.

Questo centro sorge in una zona molto bella e caratteristica, ma lontana dalle principali arterie del Paese, l'acqua arriva qui grazie ad una condotta di quasi 10 Km. mentre l'elettricità viene ottenuta solo alcune ore con un generatore.

Accolti calorosamente come di consuetudine dal rettore e dagli insegnanti, pranziamo e trascorriamo qui il pomeriggio visitando le strutture del centro e conoscendo alcuni studenti. Qui ogni piccola cosa è una conquista, il libro per le lezioni, le attrezzature per i laboratori, la possibilità di avere un campo per giocare. Mille cose sarebbero necessarie e ci rendiamo conto della complessità della gestione di un centro di questo tipo.

Verso sera lasciamo Kilocha e torniamo a Njombe, dove riusciamo a fare finalmente quattro passi per la strada principale. La gente ci osserva curiosa e intimidita ma al contempo cordiale, nonostante la presenza, a volte invadente, di macchine fotografiche e videocamere. Davanti alla Cattedrale incontriamo poi l'uscita di un matrimonio con un corteo di danze e balli in cui alla fine veniamo coinvolti anche noi!

Stanchi per un'altra giornata di viaggio, facciamo ritorno al centro Nazareth, dove veniamo nuovamente accolti dagli instancabili bambini della Compassion Fundation, orfani e bambini di strada dai 4 ai 15 anni, che appena ci vedono apparire dal viale iniziano a cantare e ballare.

Dopo cena, durante la quale cerchiamo di districarci in qualche piccola conversazione in Swahili, le danze e la musica ricominciano fino a quando non crolliamo esausti e decidiamo di andare a letto, in attesa di un altro giorno pieno di incontri.

 

7 Agosto: Njombe - Uwemba - Imiliwaha - Lugarawa - Mundindi

Dopo una notte con temperature tutt'altro che africane, ci svegliamo presto per recarci, ancora prima di colazione nel centro di Njombe, dei casolari assiepati intorno all'unica strada asfaltata, per collegarci ad internet in un piccolissimo centro informatico. Già dal mattino la strada è affollata e i negozi fanno a gara per attirare l'attenzione dei passanti, alzando il volume delle radio, mentre i camioncini che trasportano le persone rallentano appena, aprono il portellone e fanno salire fino a 15 - 18 persone assiepate in un piccolo spazio.

Tornati al centro Nazareth, dove abbiamo passato la notte, facciamo colazione e ripartiamo alla volta di Uwemba, un centro di formazione femminile, dove visitiamo le stalle, il centro meccanico e l'impianto idroelettrico che garantisce l'erogazione di elettricità a tutto il paesino e nella zona circostante.

Abbiamo ormai abbandonato la strada asfaltata e anche per piccoli spostamenti di 10 - 20 km. occorre prevedere quasi 40 minuti di fuoristrada. Gli scenari che ci si presentano davanti sono però molto belli e vari, la terra rossa d'argilla e le piante di the verde chiaro fanno sembrare questo posto pieno di vita e un mosaico di colori.

Per pranzo ci fermiamo in un grosso complesso nato intorno al convento di St. Gertrude delle suore Benedettine a Imiliwaha. Qui veniamo accolti con un pasto buonissimo preparato dalle suore, che ci cantano delle canzoni e ci ringraziano per la visita, significativa quale segno dell'apporto e del sostegno ai loro sforzi. Visitiamo un impianto di 184 Kw che fornisce energia a un dispensario, ad abitazione private e piccole imprese dei vicini villaggi. L'impianto, perfettamente funzionante, è stato inaugurato nel 1980 da Nyerere. Il controllo e la manutenzione sono tenuti da una suora locale.

Le attività di questo centro e la sua importanza per le popolazioni che vivono nelle zone circostanti è impressionante. Qui infatti si trovano una scuola primaria, una scuola secondaria ed una scuola professionale di sartoria, un dispensario che funge da centro di primo soccorso e dove sono organizzate delle attività di sostegno per donne in gravidanza e per malati di Aids. Molti edifici sono ancora in costruzione e i progetti prevedono una lunga serie di attività collaterali volte all'auto sostentamento del centro.

Le bambine della scuola ci accolgono da lontano e ci vengono incontro cantando. Improvvisiamo qualche canto e ci mettiamo a cantare con loro. Tra queste bambine vediamo Donatha, la ragazza della quale sosteniamo lo studio, attraverso l'attività della Bottega del Commercio Equo "L'Angolo del Mondo" di Cavaria, legata a Bottega solidale Nazca di Milano.

Da ogni parte sembrano spuntare nuovi bambini che ci vengono incontro cantando, con dei mazzi di fiori che ci donano, ringraziandoci per la visita. Come in ogni altro posto sembra così strano vedere i ragazzi così felici senza niente. Per ultima cosa vediamo l'orfanotrofio, aperto da solo due mesi, dove ci sono dei bambini dai 10 mesi ai 4 anni. Quando arriviamo ci si avvicinano a ci fanno abbassare, poi ci mettono le mani sulla testa e sul cuore.

Ripartiamo e facciamo un lungo viaggio verso la meta finale, Mundindi, il paese natale di Melodious. Prima di arrivare ci fermiamo a Lugarawa dove alcuni del gruppo si fermano per fare servizio nell'Ospedale locale. Noi invece proseguiamo e arriviamo in serata nella terra più bella del mondo, upangwa nchi nzuri, dal titolo in Swahili della canzone che hanno composto i missionari tedeschi quando a metà ottocento sono giunti in questa zona.

 

8 Agosto: Mundindi

Dopo alcuni giorni di viaggio continuo per molte ore su autobus e fuoristrada, finalmente ci fermiamo nel paesino di Mundindi per un'intera giornata. Questo paesino si trova in una zona riparata da ogni lato dalle colline basse che precedono i monti Livingstone, sulla strada da Njombe verso il confine sud con il Mozambico. Qui abitano circa 2000 persone, che possono contare su una chiesa, un asilo, un campo da calcio e una scuola elementare. Le case sono tutte molto semplici, costruite con mattoni di argilla lasciati essiccare al sole e poi cotti nei caratteristici forni a legna che si vedono a volte ai bordi della strada.

Se avevamo già notato la numerosità dei bambini tra gli abitanti della Tanzania qui le percentuali sono ancora più sbilanciate. Al mattino andiamo a messa e vediamo stupiti che più di metà dei posti sono vuoti, ed infatti poco prima dell'inizio cominciano ad entrare nell'edificio un sacco di bambini e bambine, molti dei quali indossano i migliori vestiti che hanno, per lo più senza scarpe.

Qui la messa è molto diversa dalla nostra e tra l'altro dura più di due ore! Ci sono dei bambini in prima fila che danzano e i canti riempiono tutti i momenti della messa, durante la quale si rimane inginocchiati per più di 20 minuti.

Le letture sono in italiano e swahili e c'è un'atmosfera di frizzante curiosità per l'incontro di due comunità e due stili di vita così differenti. A volte vediamo i bambini che ci guardano fissi con gli occhi sbarrati come se vedessero qualche cosa di straordinario. Anche il momento delle offerte diventa occasione di festa ed all'altare arrivano, oltre ai soldi, frutta verdura, canne di bambù, noci di cocco e arachidi.

Durante la giornata abbiamo l'occasione di vivere un po' più a contatto con la popolazione, giochiamo con i bambini, cerchiamo di parlare con qualcuno, assistiamo alla partita di pallone tra Mundindi e un paese vicino.

Ad ogni goal tutti i tifosi invadono il campo, cercando al contempo di impedire l'accesso a degli gnu che pascolano nelle vicinanze. All'arrivo a bordo campo non sappiamo quale sia la squadra locale, e Livio incappa in una gaffe clamorosa esultando al goal della squadra ospite. Tutti rimangono zitti e si voltano a guardarlo. Decidiamo quindi di cambiare bandiera e di tifare per la squadra rossa, gridando e partecipando al tifo.

Vicino alla parrocchia troviamo un gruppo di musicisti locali ingaggiati per l'occasione della nostra visita. Il gruppo si compone di tre percussionisti ed un animatore che invita caldamente alle danze i bambini che accorrono li sotto. Alle danze si uniscono poi Sara e Federica, praticamente costrette da contratti cinematografici precedentemente stretti, ed infagottate nei batik, la stoffa locale, di recentissimo acquisto in un negozietto locale.

La serata trascorre tranquillamente e, in occasione della presenza di alcune autorità locali, decidiamo di cimentarci nella cucina tipica italiana, preparata rigorosamente sulla stufa a legna della parrocchia.

 

9 Agosto: Mundindi - Madunda

Come in ogni viaggio si assiste ad una doppia trasformazione: da una parte i paesaggi sono sempre differenti e ci riservano ad ogni svolta della strada delle sorprese sempre nuove. Dall'altra cambiano anche gli occhi di chi viaggia, il mutamento interiore di chi viene a contatto con nuove realtà e non resta lo stesso. E l'Africa, in questo, ha una forza che pochi luoghi hanno.

Se sentirsi a casa non è stato difficile tra gente cordiale e ospitale come quella della Tanzania, più complesso sarà capire a fondo il modo di pensare che sta dietro alle azioni delle persone. Ci alziamo al mattino pensando di partire al più presto per Madunda, un paesino a ridosso della catena dei monti Livingstone, ma presto ci rendiamo conto che i programmi cambieranno. In Africa i programmi cambiano sempre, o meglio non esistono programmi, 5 minuti diventano di norma almeno 50, e un paese vicino potrebbe trovarsi a due ore e mezza di macchina. Ieri per la prima volta ci siamo resi conto di come, anche nel mondo tecnologizzato di oggi, rimangano liberi degli spazi non toccati dal progresso. Un ragazzo del nostro gruppo non si sentiva molto bene, e per contattare il suo medico curante alcuni di noi hanno dovuto intraprendere un viaggio di più di due ore solo per raggiungere la prima stazione radio, utilizzata da ponte per contattare l'Italia.

Fortunatamente dato che non esistono veri programmi nessuno si preoccupa quando questi saltano, e anche trovare un pasto per sedici persone non rappresenta un problema. Al mattino rimaniamo nel villaggio di Mundindi e visitiamo il complesso scolastico che ospita circa 700 bambini dalla scuola materna alle elementari. La prima classe che visitiamo è sistemata temporaneamente in un locale magazzino dato che durante lo scorso anno l'edificio che ospitava questi ragazzi è crollato, fortunatamente senza ulteriori danni.

Entriamo e ci sistemiamo tra i banchi durante una lezione di matematica: ci sono delle operazioni da risolvere ed ogni volta che uno studente risponde correttamente la classe lo acclama applaudendo. Anche noi proviamo a rispondere a qualche domanda e la classe ci risponde con un forte applauso.

Dalla Tanzania (2004)

Il complesso scolastico pubblico di Mundindi è molto affollato, ed ogni professore ha circa 70 studenti da seguire. Mancano inoltre i libri e le infrastrutture necessarie per uno svolgimento ottimale delle lezioni. Nonostante questo però, da alcuni piccoli particolari, si può vedere come sia presente una cura di fondo e un'attenzione particolare nei confronti dei più piccoli, a partire dai murales disegnati sulle pareti dell'asilo, fino al viottolo della scuola elementare curato con dei fiori.

Dopo pranzo salutiamo gli altri del gruppo e noi 14 di Cavaria ci dirigiamo a Madunda, una parrocchia molto lontana dalle direttrici principali di movimento. La strada è piuttosto lunga e movimentata da tratti non proprio agevoli nemmeno per il fuoristrada che utilizziamo, a causa delle piogge e della pendenza. L'arrivo e la vista della valletta in cui è posta Madunda ci ripagano però degli sforzi del viaggio e possiamo dirci felici di essere qui. Questo centro è stato fondato a 1.650 metri sul livello del mare da una comunità di Benedettini tedeschi nel 1936, che hanno costruito la chiesa e le strutture di un bellissimo e piccolo convento di mattoni rossi. L'accoglienza è come al solito calorosa e tutti quelli che incontriamo si dimostrano desiderosi di chiacchierare e di scambiarsi esperienze e conoscenze.

Dopo cena andiamo a letto presto, per una volta, preparandoci all'ascesa del monte Livingstone prevista per domani mattina presto.

 

10 Agosto: Madunda - Lupingu

La sveglia suona mentre mi rigiro nel letto sperando che quel momento non arrivi. Sono le sei e bisogna alzarsi e prepararsi a partire verso l'ascesa a piedi del picco Ligala, che sovrasta il paese di Madunda. Partiamo quando il sole ancora non è sorto ma già le stelle non si vedono più e il cielo prende un colorito più chiaro dal giallo al rosa. Iniziamo la salita e dopo un po' il sole splende alle nostre spalle, e noi ci immergiamo sotto la coltre protettrice degli alberi. La camminata si fa presto difficile, anche a causa della vegetazione intricata, delle liane e delle spine che a volte coprono il sentiero fino quasi a nasconderlo. Saliamo ancora ed arriviamo finalmente su quella che da terra sembrava la sommità della montagna, con una croce sulla cima.

Il lago ancora non si vede e quindi saliamo ancora un poco fino a raggiungere la vetta a 2300 metri da cui riusciamo a vedere il lago Malawi o Nyasa, come viene chiamato dalla popolazione locale. Lo spettacolo che ci si presenta davanti agli occhi è molto sorprendente: infatti questa immensa riserva d'acqua creatasi nella Rift Valley con lo scontro di due zolle della crosta terrestre misura dai 50 agli 80 km di larghezza e si estende da nord a sud per circa 400 km.

Raggiunta la vetta osserviamo la vallata, nella quale è possibile distinguere la piccola insenatura, dove si trova la cascata d'acqua che dovrebbe essere utilizzata per costruire l'impianto idroelettrico proposto da Acra e attualmente in valutazione da parte del Ministero degli Affari Esteri.

Scesi dal monte facciamo una veloce colazione e ci dirigiamo a visitare le strutture presenti nel centro cittadino accompagnati dal parroco Padre Xavier Mlelwa, o padre Saverio: un grosso centro che comprende asilo, scuola elementare e una scuola media tecnica, il centro per i catechisti e la scuola secondaria. In ognuno di questi centri vediamo le possibili migliorie che potrebbero essere possibili attraverso la diffusione dell'energia elettrica, che ad oggi è presente solo attraverso il generatore a gasolio e alcuni pannelli solari. Utilizzando questi strumenti è possibile erogare la corrente solo in alcuni edifici e per un breve lasso di tempo, a volte meno di un'ora al giorno. Dal nostro punto di vista a volte può sembrare che la presenza della corrente si rifletta solamente sulla luce elettrica o su piccoli elettrodomestici che utilizziamo ogni giorno.

In realtà i campi di applicazione sono molteplici, e toccano tutti gli ambiti della vita che conduciamo, senza che noi ce ne rendiamo necessariamente conto. La scuola potrebbe provvedere all'illuminazione delle aule nelle serate senza luce, il laboratorio del corso di carpenteria potrebbe utilizzare strumenti elettrici in luogo di quelli manuali, sarebbe possibile rimanere in contatto con il mondo esterno, guardando telegiornali o collegandosi via radio.

Niente di tutto questo è disponibile in questo paese, ma, se alcune cose mancano, altre invece si trovano in abbondanza, come la gioia dei visi e delle canzoni, la disponibilità e la cortesia nell'accogliere gli ospiti, e lo stupore aperto di persone che non sono diffidenti e non hanno paura. Eppure le cose da fare sono molte. Gli alunni sono stipati in classi sovrabbondanti, non hanno un proprio banco e mancano gli insegnanti. Alcune aule sono cadenti e necessitano di ristrutturazioni per le quali mancano i fondi, i libri sono vecchi e non abbastanza per tutti. E questo elenco potrebbe espandersi, tanto che più volte durante la giornata ci guardiamo intorno consapevoli che non ci sarà possibile fare tutto quello che è necessario, ma che sarebbe bello fare almeno qualche cosa di concreto, tangibile e reale per questa gente lontana dal traffico e dalla vita frenetica del mondo esterno.

Se pensavamo di avere visto tutto, le nostre certezza cadono quando padre Saverio ci porta a visitare Lutawa. La parrocchia di Madunda cura infatti un territorio molto vasto nel quale vivono dodici comunità per un totale di circa 8500 abitanti. A volte queste comunità, in cui è stata costruita una chiesa, si trovano molto distanti dal centro, su strade non sempre percorribili nemmeno dagli efficientissimi fuoristrada che utilizziamo per spostarci. I catechisti e i preti sono quindi costretti ad intraprendere lunghe camminate a piedi, anche di 3 - 4 ore, per raggiungere le comunità più distanti.

Lutawa si trova a circa 10 km. dal centro di Madunda, e noi la raggiungiamo su una pista aperta soltanto durante la stagione secca. Appena arrivati veniamo accolti da un gruppo di donne che ballano e cantano battendo le mani, e noi ci sentiamo quasi imbarazzati per un'accoglienza che ci sembra di non meritare. Tutti ci trattano qui quasi come se fossimo delle personalità molto importanti, in grado di risolvere i problemi di questa terra, e noi speriamo di riuscire a fare qualche cosa. La chiesa di questo paese stupisce tutti noi: le pareti solo di argilla impastata e il tetto è formato da assi di legno e foglie di palma e bambù. La comunità ha deciso di iniziare la costruzione di una nuova chiesa, attraverso il coordinamento della parrocchia con le autorità locali.

Tutti gli abitanti del villaggio partecipano alla costruzione della chiesa dedicando parte del loro tempo e le loro capacità per la realizzazione dell'opera.

Ripartiamo anche da qui e dopo pranzo lasciamo con un po' di tristezza questo posto così bello, diretti a Lupingu. Il viaggio si rivela abbastanza duro e la strada è quella più impegnativa da quando siamo arrivati in Tanzania. Ma anche tutti gli scossoni che prendiamo sembrano scomparire quando all'improvviso, dopo una collina, vediamo il sole al tramonto rispecchiarsi nelle acque del grande lago Nyasa.

 

11 Agosto: Lupingu

Per una volta siamo felici di rimanere, almeno per un giorno, in un posto così bello e armonioso. Lupingu è un paesino protetto e isolato tra la catena dei Monti Livingstone e il lago Malawi, che sembrano stringerlo in una morsa non superabile. A causa della sua particolare posizione, i turisti non giungono in questa splendida località ed infatti mancano i segni tipici della presenza di business legato al turismo. Niente locali o alberghi, nessun venditore ambulante, solo dei bambini e gli abitanti locali. Noi siamo sistemati in una casa della diocesi che di trova su un piccolo promontorio che si spinge un poco all'interno del lago, unico nel raggio di alcuni chilometri nei quali le montagne finiscono direttamente nell'acqua.

Dopo colazione facciamo un breve giro del posto e vediamo i lavori e le migliorie che sono state fatte recentemente: in primo luogo la strada, che ci ha permesso di arrivare fino a qui con le Land Rover, che è aperta solo da due anni. Visitiamo uno stabile che è stato da poco ristrutturato e verrà utilizzato come asilo per i numerosi bambini che anche qui riempiono le strade e sembrano quasi uscire dal nulla: sarà inaugurato il prossimo mese di settembre.

Prendiamo una barca a motore e risaliamo per un tratto lungo il lago. Tutta la costa è scoscesa e ricoperta di vegetazione, e tra gli alberi si vedono anche molti baobab. Anche se non sappiamo bene come facciano a raggiungerle, ci sono delle case poste su questi pendii, e dei ragazzi che viaggiano sul lago con delle piroghe intagliate all'interno dei grossi alberi. Dopo venti minuti di navigazione arriviamo di fronte ad una grande cascata alta circa 40 metri e ci immaginiamo quanta acqua può scaricare durante la stagione delle piogge. Arriviamo quindi ad una spiaggia dove, dopo per un po', iniziamo a sentirci per la prima volta dei turisti, sdraiati a prendere il sole.

L'acqua di questo lago è davvero stupenda, e già dalla spiaggia si possono ammirare le diverse specie di pesci che lo abitano: molti sono colorati, giallo, blu e nero, azzurro violetto e noi rimaniamo a testa in giù con le maschere per quasi un'ora senza nemmeno accorgercene.

Tornati a riva ci cimentiamo con la navigazione sulle piroghe, ma, altro che popolo di avventurieri e navigatori, in verità con scarsi risultati dato che ci ribaltiamo per tre volte riempiendo la barca d'acqua. I piccoli proprietari del mezzo se la ridono e provano a spiegarci come rimanere in equilibrio, e alla fine dopo qualche tentativo, decidiamo di farci aiutare da loro.

Prima di pranzo siamo raggiunti dagli amici di Milano, che sono partiti da Mundindi alle sei e mezza per affrontare quasi quattro ore di viaggio in fuoristrada.

La giornata scorre tranquilla, e riusciamo finalmente a rilassarci dopo tutti gli spostamenti degli scorsi giorni. I bambini ci circondano mentre siamo sulla spiaggia e rimangono fermi a pochi metri, guardandoci incuriositi. Gonfiamo un palloncino e lo diamo ad un bambino per iniziare a giocare, ma quello parte e fa una corsa per assicurarsi il possesso di questo prezioso giocattolo. Finalmente, dopo qualche tentativo, riusciamo ad organizzare due squadre e giochiamo per un po' sulla spiaggia, fino a quando anche l'ultimo palloncino scoppia.

Quindi torniamo alla nostra sistemazione troviamo i bambini del posto che ci hanno organizzato una festa per salutarci e ringraziarci della nostra presenza. Rimaniamo un po' con loro e poi festeggiamo il compleanno di Melodious con una cena tutti insieme.

 

12 Agosto: Lupingu - Mlangali - Mundindi

La giornata di oggi è destinata al trasferimento. Abbiamo raggiunto la meta più lontana del viaggio e quindi iniziamo a ritornare poco per volta verso Dar Es Salaam. La prima tappa ci porta da Lupingu a Mlangali. Partiamo con dispiacere, dato che Lupingu è un posto bellissimo e isolato, quasi un piccolo giardino fiorito riparato dall'esterno. Parlando con Padre Wolfang, prete della parrocchia, ci rendiamo conto che questi aspetti positivi si possono rivelare, per la popolazione degli aspetti molto negativi. Durante la stagione delle piogge, la strada che porta al paese è molto pericolosa e precaria, ma non c'è altro modo per portare le donne incinte al più vicino Ospedale. Inoltre è difficile comprare cibo e altri oggetti dall'interno del paese.

Facciamo la strada con la luce e ci rendiamo conto del grande lavoro che la comunità ha dovuto sostenere per costruire questa strada sterrata di quasi 30 chilometri, completamente a mano. In alcuni punti la strada si è dovuta ricreare scavando e rompendo la parete di roccia circostante con picconi e vanghe.

Dopo circa tre ore di viaggio arriviamo per pranzo a Mlangali, una parrocchia di sette mila abitanti, con un parroco tedesco. Vedendo lo stabile della parrocchia, curato e realizzato con finiture tipiche delle nostre case, ci rendiamo conto di quanto ci ha detto Melodious la sera prima. E' infatti un caso molto particolare il nostro in quanto solitamente gli europei e gli aiuti dai paesi occidentali si concentrano nelle realtà dove sono presenti missionari e suore di quei paesi. Noi invece siamo venuti in questo paese legati dall'amicizia e dalla volontà di collaborare con un prete diocesano tanzaniano, che quindi non può accedere agli aiuti internazionali.

Nel gruppo sta nascendo la consapevolezza di trascorrere giorni importanti, pieni di esperienze che andranno messe a frutto al nostro ritorno a casa, cercando di organizzare delle attività di sostegno e di reciproca conoscenza per rendere possibili i progetti e le speranze di questa gente.

Arriviamo verso sera a Mundindi, dove ci prepariamo ad una serata di festa. Il nostro gruppo infatti si divide in due parti: i ragazzi di Torino si dirigeranno sabato a Lupingu, mentre gli altri andranno prima a Njombe per il ritorno verso Dar es Salaam e Zanzibar.

Mangiamo tutti insieme e festeggiamo il compleanno di Melodious, ballando e cantando una canzone in Swahili, dopo di che ci salutiamo per ritrovarci tutti solo poco prima della partenza a Dar Es Salaam.

 

13 Agosto: Mundindi - Njombe

Ripercorrendo la strada che ci ha portato in questa regione della Tanzania, torniamo in mattinata da Mundindi a Njombe, suddivisi in quattro fuori strada. Man mano che procediamo per la strada ci rendiamo conto che la nostra sensibilità negli ultimi dieci giorni si è molto accresciuta. Iniziamo a capire qualcuna delle parole che la gente ci grida rivolta ai finestrini delle macchine e siamo ormai abituati a salutare con i gesti convenzionali i bambini o i semplici passanti che si trovano a fianco della pista in terra battuta. Avvertiamo con un gesto che altre macchine ci stanno seguendo e ci scusiamo, sempre con un gesto, del fatto di non avere ulteriori posti a bordo.

Riusciamo a leggere con più comprensione anche altri segni del paesaggio circostante, come i diversi lavori nei quali sono occupate le persone che vediamo, le formalità da sbrigare ai molteplici posti di blocco controllati dalla polizia.

Arrivati a Njombe, ci apprestiamo a capire come sistemare e standardizzare, e quindi in che modo aiutare il lavoro di Compassion Foundation. Il Cof è un'associazione non profit riconosciuta dal governo tanzaniano, che si occupa dell'aiuto e del sostegno ai bambini orfani o di strada. Pur contando sulla collaborazione, a diverso titolo, di circa 15 persone, l'associazione ruota intorno all'operato di Suor Lucia, suora tanzaniana, che vive fuori dal convento e si occupa attivamente delle attività dell'associazione. Questa aiuta ad oggi circa 50 bambini, provenienti da diverse cittadine del distretto di Njombe e da quelli limitrofi. Il tipo di intervento che si propone ai ragazzi e alle famiglie è diverso a seconda del caso specifico che si incontra. Qualora il ragazzo non abbia la possibilità di avere un alloggio viene ospitato in una casa affittata dall'associazione, mentre si cerca in tutti i casi possibili di mantenere il legame tra ragazzo e famiglia di origine, anche sostenendo i parenti rimasti, nelle spese per il sostentamento e lo studio. In altri casi invece l'intervento si limita al pagamento della retta scolastica, per ragazzi di famiglie molto povere, ma motivati allo studio.

Ci rendiamo conto che avremmo dovuto dedicare maggiore tempo al supporto organizzativo e gestionale di questa associazione, anche per sostenere in futuro il progetto della costruzione di una casa - scuola dove ospitare fino a trenta orfani e bambini di strada.

Troviamo comunque tutte le notizie delle persone da noi sostenute e proviamo ad organizzare con Suor Lucia il lavoro comune a partire dal nostro rientro in Italia, che speriamo sia di un contatto diretto più continuativo.

La sera torniamo per cena al centro Nazareth, dove i miei compagni di viaggio organizzano una mini festa per il mio compleanno, quindi rimaniamo insieme a cantare per un po'. La stanchezza delle lunghe ore di viaggio e delle mille idee che affollano la testa iniziano a farsi sentire con più insistenza, e quindi andiamo a letto un po' preoccupati, sapendo che la sveglia è fissata per le 5.00.

 

14 Agosto: Njombe - Dar Es Salaam

Ci svegliamo prima delle cinque del mattino, ma il pulman arriva con circa mezz'ora di ritardo, non poco vista l'ora, e saliamo alle sei meno un quarto. Prima di lasciare Njombe, passiamo per il centro dove salgono altri passeggeri. Per questo viaggio infatti non abbiamo prenotato il mezzo per noi, ma abbiamo acquistato i biglietti e quindi faremo tutte le fermate previste.

Ci rendiamo conto presto che la giornata non sarà delle più riposanti: dopo cinque minuti i posti sono tutti occupati e la gente inizia ad ammassarsi lungo la corsia centrale, apprestandosi ad affrontare in piedi un viaggio di circa ottocento chilometri. Ad una fermata poi, dove scendono alcune persone, salgono a bordo due suore con un gallo vivo, che ci tiene allegri e svegli, cantando e lamentandosi.

Scopriamo che gli addetti della compagnia di trasporto sono dei veri appassionati di musica e non perdono occasione per ascoltare attraverso le casse del mezzo i successi della musica tanzaniana, che alla fine del viaggio, e dopo circa tre giri di cassetta, anche noi abbiamo imparato.

Come unica sosta, ci fermiamo al Confort Hotel, ad Iringa, dove in dieci minuti riusciamo a fare una veloce colazione, richiamati dal suono del clacson.

Il viaggio continua, passano le ore, ed anche il gallo inizia a perdere un po' della verve che lo aveva contraddistinto. Finalmente, alle 3 e mezzo del pomeriggio, dopo quasi undici ore dalla partenza, arriviamo al terminale degli autobus a Dar, affollato da taxisti ed altri aiutanti. Iniziano quindi le complicate procedure di scarico dei bagagli, che si protraggono per quasi mezz'ora. Tra l'altro scopriamo che il pulman trasportava una bombola di un gas alta quasi due metri non meglio specificata, che viene poi caricata tranquillamente nel bagagliaio di un taxi.

Alla fine ripartiamo ed arriviamo al Kurasini Centre, il centro della conferenza episcopale tanzaniana, dove abbiamo dormito la prima sera in Tanzania. Ci sistemiamo e cerchiamo di riprenderci dal trauma.

 

15 Agosto: Dar Es Salaam

Al mattino ci aspetta la messa, e la celebrazione ci stupisce ancora una volta per la bellezza dei canti e dei balli che la contraddistinguono e, certo, anche per la sua durata di circa due ore e mezza. Dopo messa ci aspetta una giornata per la città: noleggiamo uno dei pulmini che gli abitanti utilizzano per spostarsi, su cui saliamo in 15 contro una media di utilizzo di circa 30 passeggeri.

La mattinata trascorre velocemente mentre giriamo per il mercato dell'artigianato della città. La scelta qui è veramente vasta e ogni negoziante cerca di attirarci per proporci qualche acquisto. All'inizio ci troviamo a disagio, ma poco per volta ci abituiamo a questo strano modo di contrattare: non è possibile acquistare velocemente quello che si desidera, ma il momento della compravendita deve essere affrontato con tempo a disposizione e voglia di contrattare. I prezzi proposti inizialmente sono altissimi ed occorre mercanteggiare a volte anche per delle mezz'ore per raggiungere un prezzo giusto, per poi magari scoprire che un altro esponente del gruppo è riuscito ad assicurarsi lo stesso oggetto ad un prezzo più basso. Dopo qualche fregatura, iniziamo a capire come funzionano le cose e qualcuno trova questo modo anche di suo gusto, anche se a volte i negozianti locali risultano troppo insistenti per i nostri standard, tanto che ci inseguono fino al pulman e continuano a contrattare, con prezzi sempre più bassi, e ci vendono alcune statue di ebano.

Dopo pranzo, decidiamo di farci portare ad una spiaggia per assaporare un po' il clima di mare che ci aspetta a Zanzibar. John ci porta nella zona più benestante della città, dove, a far da contrasto a baracche e casupole ammassate l'una sull'altra, vediamo delle ville eleganti, circondate da alti muri di cinta e protette da compagnie di sicurezza private.

La spiaggia è stupenda, anche se ci accorgiamo che la popolazione locale ci guarda curiosa e forse disapprova il nostro abbigliamento da mare. Buona parte della popolazione di Dar è infatti mussulmana e le donne che vediamo sono tutte coperte da capo a piedi.

 

16 Agosto: Dar Es Salaam - Zanzibar - Kendwa

Ci alziamo ancora prima dell'alba, questa volta per arrivare all'imbarcadero entro le sei e mezza. Come abbiamo capito, occorre prendere delle precauzioni aggiuntive in Africa dato che i tempi sono sempre un enigma, ed infatti, arrivati al molo del porto turistico della città, scopriamo che la barca di cui noi abbiamo già acquistato i biglietti non partirà quest'oggi.

Dopo quasi un'ora di ricerca riusciamo ad acquistare i biglietti di un'altra compagnia e veniamo a sapere che la nostra è in sciopero. Siamo comunque molto fortunati, perchè mentre stiamo salendo sulla nave, ci avvicina un incaricato che ci risarcisce dei soldi che abbiamo speso.

Il viaggio in barca da Dar a Stonetown dura quasi tre ore, e abbiamo il tempo di ammirare la costa della Tanzania e l'avvicinarsi lento dell'isola di Zanzibar dove siamo diretti, accompagnati dalle balene che seguono il nostro aliscafo.

Una volta sull'isola, dobbiamo superare una serie di incombenze burocratiche: sembra che nonostante l'unificazione, Zanzibar abbia mantenuto una certa autonomia, almeno per quanto riguarda l'ingresso di viaggiatori stranieri.

La prima impressione che abbiamo della città non è delle migliori, dato che la zona del porto è molto sporca e assolutamente caotica. Poco per volta però, mentre ci allontaniamo dal centro urbano, iniziamo a scoprire gli splendidi gioielli di quest'isola, la costa coperta di spiagge bianchissime, le palme che si alzano esili eppure maestose verso il cielo azzurro.

Rispetto a quanto credevamo troviamo però anche dei segni di continuità tra la terraferma e l'isola araba dei commerci. A fianco dei complessi residenziali turistici, dei villaggi e degli hotel per occidentali in un contrasto stridente vediamo i villaggi dove abita la popolazione locale, sono in tutto e per tutto simili a quelli che abbiamo visto durante il nostro viaggio nell'ntroterra della Tanzania. Le case sono in mattoni, o anche solo in argilla impastata, con tetti di lamiera o di paglia.

Finalmente arriviamo nel complesso di Kendwa, nella punta più a nord dell'isola, dove ci sistemiamo e godiamo di una giornata di tutto riposo.

 

17 - 22 Agosto: Kendwa - Stone Town - Dar - Londra - Milano

Dopo quindici giorni di viaggio, tutto il nostro piccolo gruppetto accoglie con sollievo e con gioia questi giorni di mare e relax, che arrivano quasi come una sorpresa alla fine di un'esperienza indimenticabile.

La nostra scelta è quella di stare in un piccolo complesso rispettoso della popolazione locale e dell'ambiente, in linea con l'atteggiamento che ci ha guidato e ci ha portato a compiere questo viaggio in Tanzania. I bungalow dove siamo sistemati quasi si perdono nella vegetazione della costa, e sono realizzati con tetti di paglia e legno, in stile con le case dei pescatori.

La spiaggia è stupenda, e a seconda delle maree, il livello dell'acqua sale o scende fino a quattro metri in alcuni punti. A pochi metri dalla riva si raggiunge poi una splendida barriera corallina, dove andiamo per ammirare le diverse specie di pesci colorati e di coralli che vi si trovano.

Questa zona è ancora incontaminata, ma già si vedono i primi segni che un turismo di massa inciderebbe su questa terra. A poca distanza da Kendwa infatti, sorge un cantiere di un villaggio turistico realizzato in cemento a pochi metri dalla spiaggia.

Le giornate trascorrono veloci, quasi senza rendercene conto. Visitiamo la fattoria delle spezie, dove vediamo le piante che producono la maggior parte dei sapori che apprezziamo nei cibi buonissimi cucinati da Francesco, un italiano sposato con una tanzaniana che vive e lavora da quindici anni in questo splendido posto. Ci stupiamo per le forme e le dimensioni così diverse dai prodotti che poi raggiungono le nostre tavole, e assaggiamo tutti i vari sapori, il cinnamomo, la cannella, lo zenzero, la citronella, il pepe, i chiodi di garofano. Mentre giriamo lì un ragazzo che ci accompagna ci costruisce tutta una serie di oggetti intrecciando le foglie di palma, ma nonostante ci concentriamo nell'osservarlo non riusciamo a capire come faccia a creare oggetti così belli partendo da foglie.

Un'intera giornata è dedicata alla visita della città di Stone Town, dove ammiriamo i portoni delle case finemente decorati e i resti della dominazione portoghese, araba e in ultimo inglese.

Alla fine, la settimana finisce quasi all'improvviso tra escursioni su barche di legno a vela e motore, e infinite contrattazioni con i Masai ed altri venditori di braccialetti, collane, batik, e ci dobbiamo di nuovo preparare ad un altro viaggio, questa volta di ritorno verso casa.

Il 21 pomeriggio torniamo a Dar Es Salaam, questa volta in aereo, e ci ricongiungiamo con il gruppo di Torino, giusto il tempo per gli ultimi saluti e la decisione di programmare nuovi incontri per proseguire nelle nostre attività di sostegno a questa terra bellissima.

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